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10 maggio 1987 – 10 maggio 2017

Napoli CampioneJames Burke, nel chiedersi il perché si dovrebbe guardare al passato per prepararsi al futuro, afferma che sia necessario perché “non c’è nessun altro posto in cui cercare”.

E, quindi, sperando di poterne festeggiare finalmente un altro già nel prossimo campionato, con le dovute proporzioni spazio-temporali, è possibile fare un piccolo confronto tra il primo Napoli tricolore e quello attuale, snocciolando alcuni numeri.

In primo luogo, è opportuno ricordare che il campionato 1986/87 fu a 16 squadre e la vittoria valeva ancora 2 punti, precisazione doverosa soprattutto per la diversa valenza che all’epoca avevano i pareggi.

Infatti, delle 15 gare casalinghe, gli azzurri ne pareggiarono 7 (Udinese, Atalanta, Inter, Verona, Sampdoria, Roma e Fiorentina), ne vinsero 8 (Torino, Empoli, Como, Ascoli, Brescia, Avellino, Juventus e Milan) e non ne persero nessuna, conquistando 23 punti.

Come si potrà notare, pure per confutare una delle tesi che colpisce il Napoli contemporaneo, anche i Campioni d’Italia ebbero delle parziali battute a vuoto con avversari nettamente alla loro portata, basti pensare all’Udinese e all’ Atalanta, che terminarono quell’annata rispettivamente all’ ultimo e al penultimo posto.

In trasferta, invece, furono corsari per 7 volte (Brescia, Sampdoria, Roma, Juventus, Udinese, Torino e Atalanta), impattarono in 5 casi (Avellino, Milan, Empoli, Como ed Ascoli), venendo sconfitti in 3 occasioni (Fiorentina, Inter e Verona), per un totale di 19 punti.

Da questo punto di vista, il Napoli dei nostri giorni ha un rendimento addirittura superiore, costituito (quando mancano altre 2 trasferte) da 11 vittorie (di cui 6 consecutive), 4 pari ed appena 2 cadute.

Andando nello specifico dell’andamento di quel campionato, nelle prime 10 giornate i campioni d’Italia totalizzarono più punti in trasferta che in casa (9 contro 7 con partite equamente divise, 5 a Fuorigrotta e 5 fuori), dall’ undicesima alla ventesima 10 in casa (in 6 partite) e 5 in trasferta (in 4 partite) e dalla ventunesima alla trentesima 6 in casa (in 4 partite) e 5 in trasferta (in 6 partite).

Quanto ai gol, gli azzurri furono il secondo attacco con 41 reti (dietro la Juventus a 42), con Maradona capocannoniere della squadra con 10 sigilli, e la seconda difesa (21 reti subite come Milan e Sampdoria, la migliore risultò quella dell’Inter di Trapattoni con appena 17 reti al passivo, mentre la Juve ne incassò 27).

Tenendo conto, invece, degli scontri diretti con le prime, il Napoli ottenne bottino pieno solo con la Juventus (4 punti) mentre con l’Inter (terza) e col Verona (quarta) racimolò appena un punto con ciascuna.

Tali numeri, dunque, dimostrano che per vincere occorrano almeno 3 cose: l’equilibrio tra la fase attiva e quella passiva (non è necessario essere il miglior attacco o la miglior difesa), la continuità di risultati (sebbene con i 3 punti sia un concetto, ormai, diverso rispetto a quell’ epoca, poiché se prima due pareggi potevano apparire come due buoni risultati, oggi è preferibile vincere una e perdere l’altra), e la capacità di battere la più diretta delle concorrenti (nonostante anche questo sia opinabile, in quanto nello scorso campionato gli azzurri di Mister Sarri superarono la Juventus al San Paolo).

Come si può ben vedere, il Napoli attuale non è poi così lontano dal raggiungere l’Olimpo e quel passato che “non muore mai, che non è nemmeno passato” per dirla come William Faulkner.

Fonte Foto: Rete Internet

 

su Fabio Rea

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