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Disabilità e sessualità…

sessualita-disabilidi A. C. Cammarota

Mi chiamo Angelica ho 17 anni e credo di essermi innamorata. Mia sorella ride. È dolce con me. L’ ho conosciuto al centro, dove passo i miei pomeriggi. Quando lo vedo mi si fa il viso rosso e mi vergogno molto. Ma sono felice. Molto felice. Il cuore mi batte forte. Cerco di toccarlo. È tutto bellissimo. Domani andiamo a fare una gita fuori. Marta dice che dobbiamo imparare ad orientarci da soli. Ma io ho paura. Non sono mai andata in giro da sola.   Sono nella mia cameretta. Sono nervosa stasera. Molto nervosa. Sento rumore di tacchi alti. Sento la porta chiudersi. Il mio nervoso aumenta. È mia sorella. Sento caldo stasera. È appena uscita di casa. Vorrei uscire anche io. Mi dicono che sono una principessa. La finestra è aperta. Per te è ancora presto, devi aspettare qualche anno, finire la scuola, trovare un lavoro. È buio fuori. Mia madre. Devo prendere le gocce. Mia sorella non ha finito la scuola e non ha ancora un lavoro. Non chiedo più. Non voglio essere una principessa. Lei è più piccola di me. So che c’è qualcosa che non va in me. Sono diversa dagli altri. È stato sempre così. La scuola. Non volevo l’ insegnante di sostegno. Ho sete. Tanta. Vorrei delle amiche, vorrei far parte di un gruppo come quelli dei telefilm americani. Mi piacerebbe essere come mia sorella. Ha paura degli insetti. Ha le gambe lisce. Io non l’ho mai fatto. Mette il profumo. La guardo senza che lei se ne accorga. Hai la pelle sensibile, è meglio che tu non lo usi. Resta nel bagno per ore. Mia sorella è bellissima. Quando sarà il momento giusto? Vorrei poter fare le cose che fa lei. Vorrei avere un fidanzato. Ecco le gocce. È buio.”
Il 21 maggio 2001, 191 Paesi parteciparono alla 54° Assemblea Mondiale della Sanità ed approvarono l’ICF ( International Classification of Functioning, Disability and Health ) ovvero la classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute. L’ICF era frutto della necessità di raggiungere un’armonizzazione a livello internazionale riguardo la definizione del concetto di handicap e l’adozione di criteri comuni per la valutazione e la classificazione delle disabilità.    Nonostante i progressi fatti e le varie versioni di classifiche che erano state realizzate, era necessaria una classificazione che prendesse maggiormente in considerazione l’aspetto sociale delle disabilità. In particolare si intendevano sostituire la sequenza menomazione, disabilità ed handicap alla base dell’ antecedente classificazione (ICIDH) con un approccio socio- relazionale.
I nuovi termini divennero così funzioni, strutture corporee, attività e partecipazione. La disabilità iniziava ad essere analizzata in una dimensione “ bio-psico-sociale”, cioè secondo tre dimensioni: biologica, individuale e sociale. Essa diviene il risultato dell’analisi relazionale uomo- ambiente, dove a svolgere un ruolo prioritario sono i fattori ambientali, che in termini di limitazioni o opportunità determinano la capacità di autorealizzazione dell’ individuo nel proprio contesto di sviluppo. Così che la disabilità veniva considerata “ uno stato di salute in un ambiente sfavorevole”. L’approvazione dell’ ICF ha rappresentato una vera e propria rivoluzione del concetto di disabilità, l’abbandono di una concezione medica e di una logica di welfare, a vantaggio di nuovi modelli culturali, attraverso i quali si intendeva rivendicare piena titolarità dei diritti dei soggetti disabili.
Dal 2001 ad oggi, qualche passo in avanti è stato fatto in termini di miglioramento della qualità della vita delle persone con disabilità, grazie anche al crescente sviluppo e miglioramento delle tecnologie assistive e di diagnosi precoce.    Ma il cammino per la piena inclusione è ancora molto lungo, in particolare se poniamo la lente di ingrandimento sulla realizzazione di quello che la nostra Costituzione garantisce all’ art. 3: “[..]È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana …”
La persona umana, intesa nella sua dimensione bio-psico-sociale, si definisce in larga parte attraverso la sua dimensione sessuale. Partendo dalla definizione freudiana, essa va intesa non solo come facoltà riproduttiva ma anche come esclusiva ricerca del piacere, la quale “autodetermina” l’individuo fin dall’ età infantile. È inconcepibile parlare di pieno sviluppo della persona disabile senza che ad esso vengano garantiti l’opportunità di accesso e realizzazione della propria dimensione sessuale.       Essa comprende e interessa aspetti presenti in ogni area della personalità, quella affettiva, percettiva, emotiva, relazionale, sociale, pulsionale, motivazionale, oltre che inevitabilmente connotata dall’aspetto biologico.
La scoperta della sessualità è un percorso che da forma di conoscenza del proprio corpo, si indirizza verso la scoperta del corpo dell’altro e si auspica possa diventare progetto con l’altro. Per il disabile psichico, la scoperta della sessualità è spesso difficile da collocare, è un fiume di emozioni, bisogni, desideri, che non trovano immediata comprensione proprio per la loro natura irrazionale e incontrollabile. La difficoltà di capire il proprio corpo, di sentirlo proprio pregiudica spesso l’accettazione di manifestazioni quali il ciclo mestruale o l’impulso nel cercare il contatto fisico con l’altro, producendo spesso nervosismo, aggressività, assenza di concentrazione, malumori e disagio sociale.
In particolari contesti, quali i centri diurni, riabilitativi, le comunità, ritroviamo spesso le stesse dinamiche relazionali. Sono comuni le richieste di affettività verso i compagni che sembrano più disponibili, si fidanzano e si lasciano in tempi molto brevi, soffrono per gelosia, mancanza di attenzioni, rifiuto, manifestando spesso la difficoltà di affrontare certi carichi emotivi. Si invaghiscono spesso degli educatori, che devono fare attenzione ai loro interventi relazionali per non creare delusioni e fraintendimenti. Altri riescono a riconoscere la propria pulsione sessuale ma non a controllarla, così che cercano l’autoerotismo anche in momenti non adeguati. Le risposte degli educatori alle manifestazioni sessuali dei soggetti disabili sono spesso di dirottamento verso altre attività, di repressione e di negazione. La giustificazione più utilizzata è il non gradimento da parte del soggetto a cui è indirizzato il comportamento. E se questo fosse gradito? Sarebbe giusto renderlo manifesto? È allora la confusione aumenta ed il proprio “essere sessualmente” viene ancora una volta soffocato.        Spesso il corpo diviene una trappola, un posto impossibile da vivere, una catena che trattiene la volontà e l’appiattisce insieme al desiderio di un futuro migliore. Non si chiede più. Si ci ritrova intrappolati nella propria condizione, confusi nei propri fantasmi e si fa spazio a inesorabile solitudine e paura del futuro.
Quando parliamo delle disabilità fisiche parliamo spesso, non solo di immaturità sessuale dovuta ad una concezione ancora troppo radicata del disabile come eterno bambino asessuato, ma purtroppo di impossibilità fisica di vivere una piena sessualità, in termini di menomazioni fisiche che possono impedire l’autoerotismo o il semplice toccare, conoscere il proprio corpo e di impossibilità fisica di vivere autonomamente un rapporto sessuale con un potenziale partner.         È comprensibile la difficoltà di spiegare ed insegnare a un soggetto con deficit psichici la potenzialità di controllare il proprio istinto sessuale o desiderio, talvolta “ morboso”, nei confronti di un oggetto/ soggetto del desiderio. Più che la regolazione di un comportamento, l’intervento educativo dovrebbe proporsi di aiutare il disabile, sessualmente maturo a dare significato positivo al proprio impulso e indirizzarlo verso un comportamento “sano” per se stesso e per gli altri. Il fine dell’ intervento educativo dovrebbe tendere al raggiungimento di consapevolezza e “autodeterminazione” sessuale. C’è bisogno di competenze, di risposte, di offrire la possibilità al soggetto disabile di “conoscersi” di conoscere il proprio corpo e quello dell’altro e auspicare che esso possa diventare “ progetto con l’altro”.  Non è più adeguato e giustificabile limitarsi a negare, reprimere, dirottare verso altro:  la sessualità è un bisogno che necessita di attenzione.
La possibilità di costruire una relazione, di viverla “autonomamente”, di riuscire a dare significato alle emozioni positive e negative che accompagnano le relazioni, i malumori, le gioie, necessita di una educazione alla sessualità che diviene un’educazione ai sentimenti, alle emozioni, all’amore verso se stessi. È solo così che possiamo tendere al “pieno sviluppo della persona umana” e realizzare quella che nel, 1974, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha definito come salute sessuale: “La salute sessuale risulta dall’integrazione degli aspetti somatici affettivi, intellettivi e sociali dell’essere sessuato che consentono la valorizzazione della personalità, della comunicazione e dell’amore. […]”.
È difficile fare un discorso univoco “sull’integrazione sessuale” della diversità, in quanto è per definizione non omogenea, ma è possibile provare a dare la possibilità ad esse di esplicarsi, di venir fuori con tutte le sfumature, bisogni e necessità diversificate.  Da millenni l’uomo adatta l’ambiente a se stesso, creando estensioni del proprio essere fisicamente e spiritualmente nel mondo. L’ “Essere” disabile richiede che il “naturale” processo di adattamento fisico e psicologico all’ambiente sia in continua re-definizione, sia che si parli di esclusiva disabilità fisica, sia mentale quando c’è consapevolezza della propria condizione. L’idea del proprio corpo, dello spazio intorno a sé, delle interazioni con gli altri, della propria autonomia deve ri-organizzarsi ogni volta che si arriva a scuola o al centro riabilitativo, in piscina o al campo sportivo.
Il rapporto con il contesto è essenziale per definire i termini del processo di integrazione delle diversità. La variabile che svolge un ruolo fondamentale nel determinare i livelli di integrazione e benessere sociale per i soggetti disabili è rappresentata dalla massimizzazione delle opportunità del contesto esterno, sia nella dimensione umana che materiale. Lo spazio pubblico dovrebbe tendere verso la creazione di ambiente confortevole senza barriere architettoniche sostenute da clima solidaristico, cooperativo ed inclusivo. Ed è in quello stesso spazio pubblico che bisogna trovare la risposta alle proprie esigenze sessuali. Oggi è il momento in cui si discute della possibilità storica di una figura che in altri Paesi è già pienamente integrata:  l’assistente sessuale.  Forse non sarà sempre la soluzione ottimale, ma il problema è posto almeno in modo chiaro e diretto.   Non è più pensabile relegare il soddisfacimento dei bisogni sessuali alla esclusiva volontà del contesto familiare del soggetto disabile. È il momento di ricordare che è un diritto costituzionale e riconosciuto universalmente e come tale va tutelato e garantito.

A.C. Cammarota

Foto: rete internet

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