Il dato fornito oggi dal rapporto della Commissione per le adozioni internazionali, che fa riferimento all’anno 2013, sembra davvero di buon auspicio, anche se però siamo consapevoli che la strada verso la completa eliminazione dell’increscioso fenomeno del razzismo e della xenofobia (figli di un volgarissimo retaggio culturale largamente diffuso in Italia dagli inizi del Novecento) sembra ancora lunga. In ogni caso analizziamo i numeri che appaiono confortanti: in Italia sono in aumento le adozioni dei bambini di origine africana, addirittura si parla del cinque per cento in più, un enormità, praticamente un bambino su cinque. Un inversione di tendenza e apertura culturale senza precedenti? Assolutamente no. Diciamo questo perché sappiamo che nel nostro paese è ancora forte e presente il senso di “ostilità verso lo straniero”, e che questi bambini, una volta cresciuti, siano destinati a diventare oggetto di ghettizzazioni collettive, più o meno indistintamente da Nord a Sud del Paese. Questa non è la regola, ma una prassi consuetudinaria abbastanza addentrata nel tessuto sociale italiano. Nella giornata in cui è andato in scena il gesto simbolico che rende omaggio al giocatore del Barcellona Dani Alves nella continua campagna contro il razzismo (in tanti personaggi illustri, anche politici, hanno mangiato una banana), siamo purtroppo consapevoli che quel cinque per cento che ci descrive la Commissione per le adozioni potrebbe al massimo rappresentare il primo passo verso un inversione di tendenza che possa portare verso la completa distruzione delle discriminazioni razziali. Colore della pelle, religione, ideologie politiche e gusti sessuali non dovrebbero mai rappresentare ostacoli alla convivenza pacifica tra etnie, invece ci accorgiamo che nella realtà tutto questo spesso non accade. Non saranno mai ne le mamme e ne i padri di questi bambini adottati a mantenere atteggiamenti così stupidi, ma è evidente che una buona fetta della popolazione in Italia crede ancora che lo straniero (indipendentemente dal colore della pelle) possa rappresentare una minaccia e non un punto di forza per una nazione. Queste credenze ci fanno pensare quanto siamo rimasti indietro anni luce rispetto alle realtà per esempio di Francia, Olanda e Regno Unito, ma anche Olanda e persino Germania, e che c’è ancora tanto da crescere e lavorare per collimare certe carenze culturali basate sul disprezzo delle etnie. E non ci riferiamo solo ai beceri comportamenti provenienti dallo sport (calcio in primis) ma a quanto accade nella vita di tutti i giorni.
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