Il dramma del lavoro, nulla da festeggiare in questo Primo Maggio

L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro” recita l’articolo 1 della nostra Costituzione. Ma per tanti si tratta della più grossa bugia della storia del nostro paese, quello che fu il “Bel Paese”. Quest’articolo, forse al pari solo del fondamento giuridico “la legge è uguale per tutti“, non rispecchia affatto la realtà italica, anche se qualcuno leggendo queste affermazioni storcerà il naso. A queste persone diciamo di andare a raccontare il contrario (la solita storiella che recita “stiamo lavorando per voi e per il futuro dei nostri giovani”) al 40 e passa per cento dei giovani che un lavoro lo sognano da anni. O ai cassintegrati a zero ore, o ai precari. Agli operai che perdono diritti come se nulla fosse, ai giovani laureati costretti a scappare all’estero. L’utopia contemporanea, il sogno italiano, la speranza per quello che dovrebbe rappresentare la gratificazione quasi naturale per ogni cittadino, la garanzia di un diritto che lo Stato dovrebbe quantomeno cercare di assicurare. Siamo passati dalla Prima alla Seconda Repubblica, probabilmente ci avviamo alla fine anche di quest’ultima, con la sgretolazione del sistema partitico ormai imminente e con la politica incapace di poter garantire un minimo di stabilità al mondo occupazionale, ma il sistema lavoro è andato sempre a regredire. Ormai si tratta di una tragedia che indistintamente colpisce l’Italia da Nord a Sud e l’appello dei sindacati, nella giornata che dovrebbe rappresentare la festa di tutti i lavoratori, di non partecipare ai soliti (e in ogni caso improduttivi) comizi suonano come la resa di ogni speranza. Ma nemmeno loro possono ritenere di salvarsi da accuse o critiche perchè, al pari della politica, i nostri cari sindacati, hanno contribuito alla mattanza dell’occupazione. Una netta e perentoria inversione di tendenza resta l’unica possibilità di ripresa perchè un paese senza lavoro è un paese che non ha alcuna speranza di futuro. Che si dia la possibilità alle piccole e medie imprese la speranza di poter ritornare ad offrire lavoro. Perchè è da li che si deve ripartite. E’ inutile sbraitare e inveire con sterili alterchi contro il mondo della politica e delle inefficienze istituzionali, questa storia ormai la conosciamo a memoria tutti e le proteste sterili non producono che l’inasprimento dei toni senza risultati. C’è bisogno di un cambiamento reale, concreto e radicale, non di chiacchiere. Che si dia, piuttosto, finalmente inizio ad una nuova fase della storia, quella della ricrescita: dopo aver toccato il fondo c’è sempre bisogno di una ripresa. Per far si che l’Italia torni ad essere un paese quantomeno vivibile.

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