La favola del Jobs Act e la demolizione dell’articolo 18

Giancarlo da bambino ascoltava spesso sua mamma che gli raccontava le favole prima di andare a dormire. Una in particolare gli era rimasta impressa nella mente tanto da ricordarla ancora oggi a distanza di anni: “C’era una volta un Paese in ginocchio, con crescita zero e le imprese che chiudevano e gli imprenditori che fallivano. Non si contavano più le saracinesche abbassate e i debiti che assillavano i titolari di piccole e grandi aziende. Questo Paese era veramente messo male, cristallizzato in una crisi senza via d’uscita e con un tasso di disoccupazione galoppante e in continua crescita, con giovani senza lavoro e senza speranza per un futuro migliore. Un Paese schiavo della criminalità organizzata collusa con lo Stato e vittima delle incapacità politiche, ma soprattutto delle velleità astruse provenienti da progetti riformisti mai veramente nati nei pensieri degli occupanti degli onorevoli banchi. Progetti forse annunciati solo per lanciare, per l’ennesima volta, il fumo negli occhi a sudditi stanchi della disperata situazione. Poi c’era un Re in declino e con tanti scheletri nell’armadio che non accusava il bisogno di abdicare dal Quirinale e un Vicerè espertissimo in televendite elettorali da Palazzo Chigi. La Volpe restaurata e sopravvissuta alle cadute di I e (quasi) II Repubblica e il toscanaccio pagliaccio di corte, goloso di gelato. Questi due, il Re e il Vicerè, un bel giorno annunciarono la salvezza del Paese con la storiella delle Riforme, un impresa titanica mai riuscita a nessun regnante in tutta la storia della Repubblica. La ricetta era una sola: “Jobs Act ed abolizione dell’articolo 18. E così, come per magia, una volta introdotte le Riforme, nel Belpaese la crisi si dissolse, tornò il sorriso sui giovani e i lavoratori che ritrovarono salari garantiti e il piacere nell’attività svolta. Fu rinsaldato l’articolo 1 della Costituzione che finalmente poteva essere urlato a squarciagola: Una Repubblica fondata sul lavoro. Ma ben presto si scoprì che era stato tutto un bluff, che la rinascita annunciata non fu mai completata e che Re e Vicerè avevano mentito ai sudditi ancora una volta”. Giancarlo dopo aver ricordato quella storiella fece la sua amara considerazione: il suo Paese non era affatto cambiato in tutti quegli anni, non c’era stato alcun progresso da quella ingessatura economica nonostante le alternanze politiche che si erano più o meno susseguite alla gestione della cosa pubblica. Pensò alla sua situazione personale: dopo il conseguimento di una laurea in economia e aver toccato con mano gli stenti del precariato prima e della disoccupazione dopo, non si dava pace sugli errori commessi, secondo lui, dal governo: “Non si capisce – si chiedeva – che il problema non è l’abolizione o meno dell’articolo 18 o delle riforme costituzionali, e che per creare occupazione basta attuare una decisa defiscalizzazione alle imprese e contestualmente passare anche ad una riduzione del costo del lavoro concedendo degli incentivi all’assunzione per gli imprenditori? E’ così difficile capirlo? Inoltre si può pensare anche al ritorno al made in Belpaese e alla tassazione delle merci e dei prodotti provenienti dall’estero per favorire quelli interni. Ma questi temi sono troppo complicati probabilmente per i politici che preferiscono  litigare sui diritti delle coppie di fatto, sui matrimoni gay o sui rigori dati o non dati durante partite di calcio. Che Paese marcio – pensò – meglio andar via da qui”. Chiuse la valigia e partì, non poteva rimanere nel Paese dei delinquenti e dei disonesti della politica.

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