È passato un anno da quando l’omonimo decreto governativo è diventato legge, eppure la situazione nella zona tra Napoli e Caserta resta drammatica. Proviamo a fare il punto. I primi dati sui siti inquinati della “terra dei fuochi” sono stati accompagnati dalla polemica sul dirottamento e la scomparsa dei finanziamenti per le bonifiche. Degli 88 comuni su cui si sono concentrate le indagini solo 57 risultano effettivamente compromessi. Sono rimasti fuori circa 13,55 ettari non agricoli, 11,43 ancora sotto sequestro giudiziario e 16,85 già interessati da bonifiche. Di quelli analizzati, 15,53 sono risultati idonei a produzioni agroalimentari, 11,6 con limitazioni a determinate produzioni agroalimentari, mentre per 15,78 è scattato il divieto definitivo di produzioni. A queste aree, dove lo “stop” è definitivo, andrebbero aggiunte anche quelle sotto sequestro e quelle dove stanno per partire le bonifiche per un totale di più di 44 ettari. Si aggiunga che mancano ancora le analisi per altri 31 Comuni dove, comunque, è stata vietata l’immissione sul mercato dei prodotti agricoli. Un recente rapporto di Legambiente inoltre denuncia “un eccesso di mortalità e di ospedalizzione nella popolazione residente”. Nel 2014, ricorda il rapporto, sono stati censiti 2.531 roghi di rifiuti, materiali plastici, scarti di lavorazioni del pellame e di stracci. Meno dei 3.984 registrati due anni prima, ma comunque troppi. E prima ancora che l’argomento diventi il trampolino di lancio della nuova campagna elettorale, a Sanremo un fruttivendolo fa bella mostra dei suoi cartelli annuncianti che non si vendono prodotti della terra dei fuochi nel suo negozio.
Fonte foto: dalla rete
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