Esattamente un anno fa, dopo 50 giorni di agonia, la tragica morte di Ciro Esposito, il giovane tifoso del Napoli ferito con arma da fuoco da un folle criminale nei pressi dello stadio Olimpico di Roma prima della finale di Coppa Italia tra azzurri e Fiorentina. La storia del giovane di Scampia, di mamma Antonella e di tutta la famiglia Esposito, ha colpito e commosso non solo i tifosi del Napoli ma anche la parte sana del tifo di tutta Italia. Agli occhi è emersa una storia fatta di persone semplici, vere ed oneste che hanno purtroppo perso un figlio, un fratello, un’amico, un fidanzato. Ma il dolore forte non ha impedito all’amore di una mamma e della propria famiglia di emergere con coraggio e decisione. In quei giorni che hanno preceduto il 25 giugno in tanti chiedevano di Ciro, come se si parlasse di una persona di famiglia, di un ragazzo perbene che amava la sua squadra del cuore e seguiva il Napoli sempre e viveva onestamente grazie al suo lavoro. Perchè al contrario di quanto qualcuno avrebbe voluto far credere, Ciro era un ragazzo modello nonostante abitasse a Scampia, il quartiere di Napoli etichettato dai media in malafede come il ghetto della camorra. Dal giorno della sua morte mamma Antonella non ha smesso mai, nemmeno un secondo, di lanciare messaggi di pace e fratellanza soprattutto nello sport e nel calcio, ma da allora dobbiamo constatare che poco o nulla è cambiato perchè non solo all’Olimpico ma in tutti gli stadi – da Torino a Catania – si vedono ancora troppo spesso striscioni e comportamenti razzisti e xenofobi nei confronti dell’avversario. Gli inni al Vesuvio, i comportamenti di discriminazione territoriale e tutta la vergognosa sequela di atteggiamenti da bulli da stadio sono ancora all’ordine del giorno, così come imperversa la stupidità e l’ignoranza che continua a dilagare qualche volta rompendo addirittura gli argini della legalità. La strada della pace – che attraverso la cultura porta al trionfo della civiltà sulla violenza – sembra ancora troppo lontana, ma noi tutti oggi e per sempre vogliamo ricordare la morte di un giovane come Ciro per continuare a lanciare messaggi di pace e distensione tra le tifoserie in primo luogo. Il calcio è solo un gioco e oggi come un anno fa continuiamo a ripetere che non si può morire per una partita di pallone. L’assassino di Ciro dovrà pagare, lui e suoi complici ma soprattutto chi protegge quella gentaglia che con il calcio nulla o poco ha a che fare. Sulla vicenda del 3 maggio si deve fare ancora pienamente luce e chiarezza, non ci accontentiamo di quello che ci vogliono far credere, che si è trattato di un gesto di un folle: se e quando la verità uscirà a galla qualche poltrona importante potrebbe saltare. E noi che portiamo avanti la tesi ‘dell’agguato’ aspettiamo con speranza che quel giorno arrivi presto. Chiediamo che venga fuori tutto, per Ciro e per tutti quelli che ancora sognano un calcio pulito e senza violenza. Ciro Vive ancora anche per questo!
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