“Chesta nun è ‘a taverna d’’o trentuno!”, perché a Napoli si dice così

“Chesta nun è ‘a taverna d’’o trentuno!”, perché a Napoli si dice così

A Napoli c’è un curioso modo di dire, “Chesta nun è ‘a taverna d’’o trentuno!”, che le donne usano vedendo i loro mariti o compagni e i loro figli tornare a casa agli orari più disparati, pretendendo un pasto caldo e in fretta.

Tali massaie partenopee, ribellandosi a queste richieste, ironicamente sottolineano che “la casa non è una taverna del trentuno”, in napoletano: “Chesta nun è ‘a taverna d’’o trentuno!”

Da dove deriva l’espressione “Chesta nun è ‘a taverna d’’o trentuno!”

Tale espressione fa riferimento a una bettola di tanto tempo fa situata nella zona antica di Pozzuoli, al numero 16 di via San Rocco. Questo locale, noto come Taverna del Trenta e Trentuno, prendeva il nome dal numero civico in cui era situato, con due ingressi distinti (ai numeri civici 30 e 32). Quindi la gente entrava in grandi quantità da due porte diverse e mangiava, spendendo poco (o almeno così si pensa).

Qui si servivano pasti ininterrottamente, a qualsiasi ora del giorno o della notte. Quindi da questo luogo nasce il detto napoletano “nun è ‘a taverna d”o trentuno”.

Questo modo di dire rappresenta una sorta di arguta difesa delle donne che si trovano a fronteggiare richieste improvvise tra le mura di casa, sottolineando che la casa, appunto, non è un ristorante aperto 24 ore su 24.

È un modo per ribadire l’importanza del rispetto per il lavoro domestico e l’organizzazione della vita quotidiana. E così, a Napoli, questo detto popolare continua a circolare, portando con sé un pizzico di saggezza e l’umorismo tipico della cultura partenopea.

Questo modo di dire somiglia a quello italiano “questa casa non è un albergo”, che si usa spesso dire ai figli adolescenti quando tornano a qualsiasi ora del giorno e della notte e, sovente, vorrebbero mangiare o fare gli affari propri senza curarsi dei poveri genitori.