Il lussureggiante repertorio linguistico partenopeo costituisce un patrimonio di espressioni caratteristiche e detti intrisi di antichità e cultura. Tale linguaggio sfoggia una complessità affascinante, spesso indecifrabile per chi non ne è un esperto. Le sue sfumature, i sottili accenti e i significati impliciti sono un riflesso della ricca tradizione partenopea.
Oltre ai modi di dire e ai detti popolari, esistono vocaboli peculiari che talvolta resistono ad ogni tentativo di traduzione uno a uno. Essi servono a delineare personalità, atteggiamenti, tratti fisici o comportamenti in modo spesso vivace e incisivo. Alcune di queste parole possono apparire taglienti o scherzose, ma sono parte integrante del tessuto linguistico napoletano e ne enfatizzano la vivacità espressiva.
Queste particolarità linguistiche sono in grado di catturare sfumature di emozioni o stati d’animo difficilmente descrivibili in altre lingue. Riescono a ritrarre l’essenza di situazioni intricate, fornendo una gamma di termini che riflettono l’esperienza umana in modo unico. Ma cosa significa precisamente vajassa?
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Che cosa vuol dire esattamente vajassa?
Il termine “vajassa” affonda le sue radici nella Napoli del XVII secolo, quando Giulio Cesare Cortese utilizzò questa parola nel suo poema dialettale “Vaiasseide“. Pubblicato probabilmente nel 1604, il poema aveva come protagoniste le serve.
L’abate Galiani citava un proverbio napoletano legato alle vaiasse: “Me faje l’ammico, e mme mpriene la Vajassa” (Fai mostra di essermi amico, e metti incinta la mia serva), indicando un tradimento inaspettato. L’abate commentava questo curioso aspetto dell’antica credenza, dove corrompere una serva era considerato un tradimento più grave che non sedurre una donna libera.
Nel gergo della malavita napoletana dell’Ottocento, “vaiassa” assumeva il significato di “prostituta“, e lo stesso termine era presente nel siciliano, specialmente nella Sicilia Orientale, come “bayascia“. Anche se questa interpretazione è stata dibattuta, oggi il termine ha cambiato significato.
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Inoltre, “vaiassa” era sinonimo di vasciajola, termine che indicava una donna che abitava nei bassi, le piccole abitazioni con accesso diretto sulla strada. Queste donne erano spesso associate a un comportamento sguaiato e volgare, note per il pettegolezzo e la chiassata.
Il termine “vaiassa” è anche ricordato in un antico strumento a percussione chiamato “scetavajasse” in napoletano, che significa “sveglia-vajasse“.
Nel 2010, il termine “vajassa” ha attirato l’attenzione a livello nazionale in Italia, quando l’allora ministro Mara Carfagna lo attribuì all’onorevole Alessandra Mussolini su Il Mattino. La discussione si diffuse anche nel dibattito sulla fiducia al governo il 13 dicembre 2010. Due giorni dopo, al parlamento europeo, Sonia Alfano utilizzò il termine per apostrofare Licia Ronzulli.