“Fa’ ’o quatto ’e maggio”, si diceva una volta a Napoli: cosa significava

“Fa’ ’o quatto ’e maggio”, si diceva una volta a Napoli: cosa significava

La lingua napoletana è un ricco serbatoio di espressioni linguistiche che riflettono secoli di storia e cultura. Ogni vocabolo, ogni detto, racchiude significati profondi, sfumature emozionali e tradizioni tramandate di generazione in generazione.

Questo patrimonio linguistico è intriso di termini unici, locuzioni caratteristiche e connotazioni che arricchiscono la comunicazione quotidiana. Il napoletano offre la possibilità di esprimere concetti complessi in modo diretto e vivace, svelando l’identità e la vitalità del popolo che li utilizza.

Si tratta di un parlato che è testimonianza vivente di una cultura radicata nel territorio, che continua a prosperare nonostante l’evolversi del tempo. Questa diversità linguistica è un elemento cardine della cultura napoletana, un patrimonio da preservare e valorizzare. Tra i tantissimi detti napoletani uno utilizza una data per fare una domanda: “Fa’ ’o quatto ’e maggio”. Che vuol dire?

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Cosa vuol dire in napoletano “Fa’ ’o quatto ’e maggio”?

Nel tessuto delle tradizioni napoletane, il quattro maggio rivestiva un ruolo peculiare, richiamando un’usanza radicata e particolarmente viva. Questo detto, “Ma che è ‘stu quatt’ ‘e maggio?”, una volta largamente utilizzato, non faceva altro che domandare il motivo di tanto trambusto e confusione.

Per gli abitanti della città, questa data era strettamente associata all’evento dello ‘sfratto’, espressione che in dialetto richiama il trasloco di una famiglia da una casa all’altra. Il quattro maggio, dunque, assumeva una connotazione di fermento e frenesia, poiché chi si apprestava a cambiare dimora doveva trasferire mobili e suppellettili in un nuovo alloggio, talvolta anche in una località diversa.

L’origine di questa tradizione risale al lontano 1587, quando il viceré Juan de Zunica, conte di Morales, stabilì il primo maggio come data per i traslochi. Tuttavia, essendo questa la festa dei santi Filippo e Giacomo, nel 1611 il viceré Pedro Fernandez de Castro, conte di Lemos, decise di spostare la pratica al quattro maggio.

Entro le diciotto di quella giornata, un inquilino doveva lasciare l’abitazione e un altro subentrare. Carlo Dalbono, narrando questa usanza, descriveva il caos e la disorganizzazione che regnavano in città in quell’ora critica.

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Il frettoloso susseguirsi di famiglie, come quella di don Ranunzio con i suoi undici figli, mentre il precedente inquilino, don Rosario, era ancora presente nella casa da lasciare.

Le strade di Napoli, il quattro maggio, erano animate da carretti trainati da animali, buoi, cavalli, tutti intenti a portare i carichi di chi si apprestava a cambiare dimora. Questo affannoso movimento, benché oggi non più praticato, testimonia la vivace storia della città partenopea e la singolare vitalità delle sue tradizioni popolari.