La Chiesa di Sant’Arcangelo a Baiano, un tempo eretta come simbolo della vittoria degli Angioini sugli Svevi, sorge su un sito sacro precedentemente dedicato a San Michele Arcangelo.
Questo luogo di culto, che ha le sue radici in un antico sacello pagano, prende il nome da Baiano, antico toponimo attribuito alla zona grazie alla presenza di una colonia di cittadini provenienti da Baia.
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Situato nella piazza omonima a Forcella, il monastero, ora abbandonato e avvolto dalle leggende di fantasmi e ombre erranti, fu teatro di eventi oscuri e sacrileghi.
Intorno al 1540, durante il dominio del viceré don Pedro de Toledo, Laura Baiano guidava il monastero quando un gruppo di giovani nobili fanciulle, tra cui Agata Arcamone, Chiara Frezza, Laura Sanfelice e Giulia Caracciolo, venne “sacrificato” dai loro stessi genitori e costretto a prendere i voti.
Sant’Arcangelo a Baiano: la leggenda del fantasma nel monastero
Queste donne, provenienti da una vita mondana e desiderose di libertà e amore, trovarono nella vita monastica solo monotonia, silenzio e soppressione dei loro veri desideri, alimentando così rabbia e sdegno nei loro cuori.
Con il tempo, le suore divennero rivali, maliziose e vendicative, trasformando il monastero in un luogo segnato da azioni brutali. Agata Arcamone, la più giovane e bella tra loro, insieme a Giulia Caracciolo e Livia Pignatelli, subì una pena correzionale dal vescovo per aver intrattenuto relazioni amorose con giovani nobili nel monastero.
Alcuni di questi giovani, tra cui Pier Antonio Terracina e Giacomo Crispo, furono vittime di vendette brutali, uccisi per mano di sicari.
Le vicende oscure raggiunsero il loro apice quando la badessa e due suore furono avvelenate, e la reputazione del convento fu segnata dalle voci di orge monastiche e delitti brutali.
Nel 1577, l’edificio fu soppresso grazie all’inchiesta di un “ispettore”. Nel 1829, in Francia, emerse un pamphlet che rivelò presunte immoralità e nefandezze delle monache, intitolato “Cronache del Convento di Sant’Arcangelo a Baiano”.
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Tradotto in italiano nel 1860, il libro contribuì a consolidare la macabra fama del monastero. Si narra che ancora oggi, tra i suoi resti, si aggiri il fantasma di Agata Arcamone, la suora che fuggì da Napoli dopo la decisione di chiudere il convento, senza lasciare traccia di sé.