Napoli è madre di figli intraprendenti e appassionati, costretti a lasciare la città per ragioni professionali o di studio, ma portando sempre con sé il cuore pulsante della napoletanità.
Questi figli, con resilienza, passione e intelligenza, si affermano nel mondo, diventando ambasciatori della cultura partenopea. Le strade strette e animate di Napoli si svuotano di alcuni dei suoi talenti migliori, ma nel loro viaggio, essi diffondono l’essenza unica della loro città natale.
Dalle arti allo sviluppo tecnologico, dalla scienza alla cucina, questi ambasciatori napoletani portano con sé il calore del Vesuvio e la forza del golfo di Napoli. La loro esperienza fuori dalla città li arricchisce, ma la napoletanità resta il faro guida, alimentando la loro crescita e il loro successo in ogni angolo del mondo.
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Alessandro Borghese e il padre napoletano che lo ha iniziato alla cucina
Tra questi napoletani che hanno vissuto spesso lontano dalla propria patria c’era anche il padre di Alessandro Borghese, un vero napoletano doc. In un’ampia intervista a Vanity Fair, il celebre chef riflette sul legame speciale col suo papà, il napoletano Luigi Borghese, descrivendo una fortunata connessione che si è sviluppata nel corso degli anni. La complicità era evidente, forse accentuata dalla somiglianza tra i due.
Crescendo in una famiglia napoletana, il padre, originario da una situazione economica difficile con 13 fratelli e sorelle, aveva iniziato a vendere arance al casello autostradale fin da giovane. L’uomo aveva perseguito una serie di attività, commerciando in autoricambi, gestendo un’asta di quadri e tappeti, e, dopo aver sposato la madre di Borghese, avviando persino una casa di produzione cinematografica.
Il padre trasmetteva al figlio la passione per i motori, gestendo una scuderia di moto e correndo insieme. Borghese racconta di essere stato cresciuto per strada, imparando dal padre le dinamiche sociali e la galanteria tipica napoletana, caratterizzata da un fascino e da una gentilezza senza tempo, soprattutto con le donne.
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Ma è soprattutto la passione per la cucina ad essere stata tramandata da padre in figlio. “Papà, per me, è svegliarmi con l’odore del ragù sul fuoco“, rivela lo chef. Da quando aveva otto-nove anni, la domenica mattina, saltava giù dal letto presto per guardarlo cucinare il grande pranzo di famiglia.
“Parliamo della cucina partenopea, che gli aveva insegnato nonna Concetta“. E infatti il padre era solito preparare piatti storici come sartù di riso, casatiello, schiaffone in pummarola. “Il ragù lo metteva a cuocere la mattina presto perché, diceva, ‘deve pensare’. È stato lui a iniziarmi al mondo gastronomico“.