Il quadro che emerge è spietato. I numeri non sono opinioni, ma testimonianze crude di un’aggressione costante alla natura. In dieci anni, le forze dell’ordine hanno portato alla luce quasi settemila reati ambientali.
Una cifra che non può essere ignorata, soprattutto se si considera che il 40,5% di questi crimini si concentra nelle regioni dove l’influenza mafiosa è storicamente più forte. Campania, Puglia, Sicilia e Calabria restano sotto stretta osservazione, ma è la Campania a detenere il record più preoccupante.
È una realtà scomoda che trova conferma nelle parole decise di Legambiente e Libera, due delle principali organizzazioni in prima linea nella difesa dell’ambiente. La loro richiesta è chiara e decisa: servono azioni concrete e immediate, a cominciare dal recepimento della direttiva europea per il rafforzamento della tutela penale dell’ambiente.
Il bilancio, redatto in occasione dei dieci anni della legge che ha introdotto gli ecoreati nel codice penale, fotografa un sistema ancora fragile. Nonostante i progressi normativi, la macchina repressiva non riesce a tenere il passo con la velocità e la diffusione dell’illegalità ambientale.
Legambiente e Libera: una riforma che mette al centro i diritti del popolo inquinato
Dal 2015, le autorità hanno effettuato oltre ventimila controlli, portando alla denuncia di più di dodicimila persone. E non si tratta solo di nomi e numeri: dietro ogni caso, c’è una parte di territorio devastata, una comunità inascoltata, una salute messa a rischio.
I sequestri, che superano il miliardo di euro, raccontano di un’economia parallela che sfrutta ogni piega del sistema per generare profitti ai danni della collettività. L’inquinamento ambientale, introdotto come reato nel 2015, è la violazione più comune.
A seguire ci sono il traffico illecito di rifiuti e i disastri ambientali, mentre aumenta la frequenza dei procedimenti legati a delitti colposi e mancata bonifica. È un segnale inequivocabile: l’ambiente è ancora visto come un bersaglio da sfruttare, non come un bene da proteggere.
Legambiente e Libera parlano di una riforma necessaria, che metta al centro i diritti del “popolo inquinato”. E non è solo una richiesta morale, ma una chiamata alla responsabilità politica.
Occorre intervenire con strumenti più efficaci, colmare le lacune legislative e garantire che le leggi esistenti siano davvero applicate. Il rischio, se nulla cambia, è quello di abituarsi a questo degrado, normalizzarlo, accettarlo come parte del paesaggio.
La Campania, con i suoi primati negativi, rappresenta uno specchio impietoso della fragilità ambientale dell’Italia. Ma al tempo stesso, può diventare il simbolo di una rinascita. Se affrontato con serietà, questo nodo può trasformarsi in un’opportunità per invertire la rotta, per restituire dignità a territori feriti, per riconsegnare ai cittadini il diritto a vivere in un ambiente sano.